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Il backstage che non ti aspetti

Dietro le quinte

Oggi ho deciso di raccontare qualcosa che potremmo definire “il mio backstage”.

Tranquilli, non intendo mostrarvi video di me mentre corro con due macchine fotografiche al collo salvando situazioni disperate, oppure scene da studio cinematografico con pile di hard disk, schermi accesi e caffè alle tre del mattino.

Quelle sono narrazioni che ormai conosciamo tutti, e che in buona parte sono anche vere, ma sono molto lontane dal mio modo di raccontarmi.

Quello di cui vorrei parlare è qualcosa di meno visibile: il processo mentale ed emotivo che vivo durante questo lavoro.
Quello che succede nella mia testa mentre fotografo, ma soprattutto quando le macchine fotografiche sono ferme e chiuse dentro una borsa.

Ci siamo abituati a vedere il fotografo di matrimonio come una figura sempre lucida, concentrata e pronta. Uno che anticipa tutto. Che controlla tutto. Che sa sempre cosa fare.
Che sta ore e ore in piedi, che lavora quando gli altri festeggiano. Weekend pieni, ritmi pesantissimi, poche ore di sonno e giornate infinite.
Una figura quasi mitologica, un po’ psicologo, un po’ wedding planner, un po’ problem solver, un po’ regista, un po’ consulente d’immagine, un po’ salvatore della situazione.
Una persona sicura, stabile, creativa, presente e costantemente sul pezzo.

Vi svelo un piccolo segreto: per me non funziona esattamente così.

Il cuore pulsante di questo lavoro

Partiamo dalla giornata del matrimonio, che in fondo è il centro di tutto.
Perché ogni cosa nasce lì e lì ritorna: le fotografie, i ricordi, le emozioni, tutto prende forma in quelle ore.

Eppure, c’è una verità che non sempre viene detta: i matrimoni sono per molti aspetti simili tra loro. Tutto vive dentro ad una routine che di per sé è già stabilita: come la preparazione, la cerimonia, gli spostamenti, l’aperitivo, la cena, la festa finale.

Per chi partecipa a più di 40 matrimoni all’anno, questa ripetitività può diventare pericolosa.
Il rischio di abituarsi alla routine esiste davvero, soprattutto nei periodi più intensi della stagione o nei momenti in cui la stanchezza inizia a farsi sentire.

Ed è proprio in quel momento che devo ricordarmi una cosa importante: per quella coppia e per le persone presenti quella giornata sarà sempre unica e irripetibile.
Il mio compito è proprio questo: non limitarmi a fotografare ciò che accade, ma cercare tutto quello che rompe lo schema.
Perché alla fine ciò che rende davvero unico un matrimonio non è la timeline: sono le persone, le relazioni, le emozioni che si creano tra loro.

Restare presenti mentalmente ed emotivamente non è sempre semplice.

Esiste una sorta di “lotta continua” tra la routine dell’evento e il coinvolgimento umano che provi. Ci sono matrimoni in cui tutto scorre naturale e la concentrazione resta altissima senza alcuno sforzo. Altri invece dove mantenere viva l’attenzione richiede un lavoro mentale molto più consapevole.

A volte dipende dalla stanchezza. A volte dalla difficoltà di entrare davvero in sintonia con le persone che hai davanti. Altre volte semplicemente ci si sente meno ispirati, meno lucidi, meno capaci di cogliere immediatamente quegli spunti che normalmente arrivano in modo naturale.

Semplicemente esistono giornate migliori e giornate più complicate. Anche per noi fotografi di matrimonio.

Ci sono però momenti della giornata che sento particolarmente miei.

La preparazione degli sposi, ad esempio, è una fase che vivo con grande serenità.
Cerco sempre di arrivare molto presto, senza fretta, prendendomi il tempo necessario per osservare e lasciare che tutto accada con spontaneità.
Mi piace che le persone abbiano il loro spazio, il loro tempo, i loro silenzi.

Poi, dal momento in cui si esce di casa, il ritmo cambia completamente.

Da lì fino all’aperitivo il matrimonio diventa quasi una corsa continua: la cerimonia, gli sguardi, gli abbracci, le promesse, gli spostamenti, gli arrivi in location, i brindisi, la gente che si emoziona. Paradossalmente è uno dei momenti che vivo meglio, perché il fatto che tutto accada velocemente tiene la testa sempre accesa e coinvolta.

La parte più difficile arriva invece spesso durante l’aperitivo.

È il primo momento in cui la giornata sembra congelarsi per un istante.
Gli invitati si rilassano, gli sposi iniziano a salutare tutti con calma, le persone si fermano a mangiare e a chiacchierare.
Ed è lì che anche il mio cervello prova, inevitabilmente, a rallentare e restare concentrati diventa più complicato: è un vero e proprio calo mentale che ti fa sentire meno reattivo, anche se paradossalmente non ti sei ancora fermato davvero! Sei in piedi con l’attrezzatura in mano che segui gli sposi mentre salutano, chiacchierano a volte già iniziano a ballare a divertirsi.

Ad un certo punto la situazione cambia di nuovo: ci si accomoda per il pasto, ingresso sposi, musica, saluti, applausi, tovaglioli al vento.
Se durante l’aperitivo vivo spesso un calo mentale, qui invece arriva un momento di stanchezza più fisica, perché la testa sa che tra discorsi, giochi, balli, sposi che girano fra i tavoli, qualcosa da fotografare è sempre lì ad attenderti. La difficoltà diventa: “mi devo alzare per andare in sala, anche se starei seduto ancora un paio di minuti volentieri”.
Oltre al fatto che esiste una maledizione che aleggia in ogni matrimonio: la scena più bella della giornata accade quasi sempre nell’esatto momento in cui ti sei appena seduto e non mi vergogno nel dire che non sempre in quel momento hai di nuovo la capacità e la reattività di alzarti e arrivare in tempo per fotografarla.

Taglio torta, bouquet, buffet di dolci sono momenti che scorrono spesso con naturalezza, finché non arrivano i balli.
E lì succede qualcosa di curioso. Se mi invitate a una festa come semplice invitato, probabilmente mi troverete in disparte, fermo a bere qualcosa.
Ma durante un matrimonio, con la macchina fotografica al collo, succede l’opposto: entro in mezzo alla gente, mi muovo, seguo l’energia della pista, mi faccio trascinare dalla festa.

È come l’ultimo sprint alla fine di una lunga corsa.

E al di fuori di quel giorno?

Domanda interessante. Risposta non semplice.

La verità è che vivo il prima e il dopo di ogni matrimonio in modo molto simile: con una strana miscela di entusiasmo e pensieri negativi.

La sera prima, ad esempio, c’è sempre una parte di me che pensa: “Devo preparare tutta l’attrezzatura, controllare batterie, schede, vestiti, sveglie… domani sarà una giornata lunga.”
Ma contemporaneamente ce n’è un’altra che non vede l’ora di iniziare e di dare il massimo.

Quando invece torno in studio dopo il matrimonio la routine è questa: scarico le fotografie, preparo i backup — uno dei quali viene sempre con me ovunque vada — e importo tutto su Lightroom.
A quel punto , anche se sono le tre di notte, riguardo velocemente il matrimonio appena fotografato. E, ve lo posso giurare, puntualmente succede sempre la stessa cosa: mi sembrano tutte terribili! Le inquadrature mi sembrano sbagliate, i momenti poco d’impatto, la messa a fuoco imprecisa.
A quel punto non resta altro da fare che chiudere tutto e lasciare “riposare” le immagini per un po’.  Un po’ come quando si lascia mantecare un risotto: quello che hai fatto hai fatto, adesso bisogna solo aspettare.

Passano alcune settimane e arriva il momento in cui, quasi con timore, riapro il matrimonio per preparare l’anteprima. Magia: le foto funzionano, i momenti e le emozioni ci sono, le inquadrature e la messa a fuoco anche.
E ogni volta mi ritrovo a pensare: “Forse non è andata così male.”
La sensazione di sconforto iniziale si trasforma in una carica positiva!

La parte più difficile, però, arriva dopo: iniziare davvero la selezione definitiva.

Vi devo confidare un segreto: ho una sorta di blocco psicologico verso quella fase.
Sono capace di rimandare l’inizio della lavorazione per giorni interi, trovando qualsiasi scusa mentale possibile pur di non iniziare.

Poi però, una volta iniziato, tutto torna a fluire.
E in modo abbastanza curioso vivo anche la post-produzione in maniera molto simile alla giornata stessa del matrimonio: ci sono momenti che scorrono veloci e naturali, altri dove faccio più fatica.

Le preparazioni e gli ingressi li lavoro sempre con grande piacere.
Le fotografie della cerimonia, soprattutto in chiesa, spesso mi rallentano di più: la luce a volte è strana e fino all’esportazione finale non mi sento mai davvero soddisfatto.
Poi arrivano i saluti, gli abbracci, la convivialità, le relazioni tra le persone: sono foto a cui dedico grande attenzione e che amo molto lavorare.

Infine, arrivano i balli!

Ed esattamente come durante il matrimonio, anche nella lavorazione quella parte diventa l’ultimo sprint verso la fine.

Quando consegno il lavoro provo sempre una sensazione molto positiva: il risultato finale è sempre migliore di quello che pensavo.

E insieme alla soddisfazione arriva anche un altro aspetto importante: fermarsi a capire cosa ha funzionato davvero e cosa invece poteva essere fatto meglio. Perché ci sono sempre momenti persi, fotografie che avrei voluto vedere prima, dettagli che avrei potuto raccontare diversamente. Ma ci sono anche immagini capaci di custodire qualcosa di vero, spunti interessanti e immagini che saranno davvero importanti per gli sposi.

Sfumature che a volte vediamo più noi con lo sguardo da professionista che le nostre coppie che ricevono il lavoro, ma che sono importanti stimoli per migliorare sempre.

Organizzazione, comunicazione, nuove coppie

Esiste tutta una parte organizzativa, amministrativa e gestionale del lavoro, che non mi pesa affatto. Anzi, negli anni ho imparato a darle il giusto spazio e a costruire un flusso di lavoro equilibrato e, attualmente, efficiente.

Diverso è quando si entra nel mondo di internet e della promozione personale.

Per me comunicare non è mai stato semplice.
Soprattutto quando significa espormi personalmente ed emotivamente davanti a persone che non conosco davvero, come succede online.

È un mio limite.

Non mi viene naturale parlare di ciò che provo. E forse proprio per questo la fotografia è diventata il mio linguaggio: un modo per raccontare qualcosa senza doverlo spiegare completamente.
Ma questo lavoro, inevitabilmente, mi costringe anche a fare un passo oltre. Perché senza una comunicazione sincera non potrei mai arrivare davvero alle persone che potrebbero scegliermi.

Ogni volta che devo pubblicare qualcosa online nella mia testa parte sempre la stessa sequenza.
“Sto dicendo troppo?” “Forse questa cosa dovrei tenerla per me.”
“Ha senso pubblicarla?” “Le foto che ho scelto sono davvero quelle giuste?”

Se in tutti gli altri aspetti del mio lavoro, prima o poi, arriva sempre una sorta di energia positiva che rimette tutto in movimento, qui no!
Qui devo letteralmente obbligarmi a pubblicare.

Diverso è quando devo ricevere le coppie, che sia in studio oppure online, nel momento in cui dall’altra parte non vedo più “un pubblico”, ma una coppia reale con la propria storia, tutto cambia. La comunicazione smette di essere un peso e torna ad essere relazione.

Mi sento semplicemente più a mio agio: ascolto, mi confronto, costruisco con le coppie un rapporto umano.

Catturiamo frammenti, non la totalità

Chiudo con un concetto a cui tengo molto.

Possiamo essere presenti, attenti, concentrati quanto vogliamo, ma la verità è che quello che non fotografiamo — per scelta, per limite o semplicemente perché ci sfugge — resta comunque una parte enorme di ciò che accade realmente durante un matrimonio.

Anche le fotografie che consegniamo agli sposi sono solo una selezione di tutto quello che abbiamo vissuto e osservato durante quella giornata.
E ciò che mostriamo online è ancora meno.

Credo che questo valga un po’ per tutto: per la fotografia, per la comunicazione, per la vita quotidiana.
Ognuno di noi sceglie cosa mostrare e cosa custodire. Condividiamo frammenti, non la totalità di ciò che siamo o che sentiamo davvero.

I social, però, spesso ci spingono nella direzione opposta: mostrare sempre di più,
raccontare continuamente, trasformare ogni cosa in contenuto dalla narrazione stereotipata, costruita più su ciò che funziona che su ciò che siamo.
Perché più ci esponiamo, più le persone hanno la sensazione di conoscerci.

Ma è davvero così?

Probabilmente gran parte del mio “dietro le quinte” resterà comunque nascosto dietro a quelle quinte. Fa parte del mio carattere, del mio modo di vivere questo lavoro e anche me stesso.

Ma credo sia giusto, ogni tanto, provare ad aprire uno spiraglio in più.
Condividere qualcosa di più personale e qualche pensiero, anche se un po’ imperfetto.

Sperando di creare un po’ di sano confronto e regalando alle coppie che vorranno scegliermi qualcosa in più su di me.